(Afp)
Startup

"Cosa penso quando sento dire che le startup italiane sono scarse"

Giampaolo Ferradini è un imprenditore. Ha risposto all'appello di Riccardo Luna che chiedeva ad esperti e non dell'ecosistema delle startup opinioni sul perché in Italia stenta a decollare il mercato dell'innovazione. Se volete intervenire, scrivete a dir@agi.it.


di Giampaolo Ferradini

A pensar male si fa peccato ma ci si azzecca quasi sempre: siccome non hanno voglia di prender dei rischi, che sarebbe il loro mestiere ma fa paura, o non hanno soldi da investire, perché devono salvare Alitalia o qualche Popolare veneta, biasimano le start-up che sarebbero “di qualità scarsa”. 

Confesso che mi piacerebbe sapere se per caso quelli che parlano di qualità scarsa delle startup sono gli stessi che gioiscono se 75 mila giovani qualificati e iper-qualificati emigrano ogni anno, se la tirano se quegli stessi giovani poi all’estero prendono premi o riconoscimenti, e magari sono anche quelli che "vivono ancora a casa dei genitori a 35 anni". Perché il tenore dei commenti a me sembra sempre lo stesso. Giusto per chiarire: lo dico avendo iniziato a lavorare mentre studiavo a 18 anni, essendo partito a 24 per andare a lavorare negli Stati Uniti, aver lavorato in Francia e in Inghilterra, ed esser stato funzionario in primaria Sim Italiana e dirigente in due banche internazionali.

Kjuicer, la mia start-up, nei 18 mesi che ha trascorso in PoliHub, incubatore universitario dichiarato il secondo migliore in Europa, non è mai stata contattata da *alcun* investitore, nè tanto meno dopo. Per caso gli investitori italici sono la bella addormentata nel bosco che attende di esser baciato dallo start-upper vestito di azzurro? Se invece non sono gli investitori a fare questa simpatica affermazione, che almeno potrebbero averne analizzata qualcuna, si può sapere a che titolo lo fanno?

Se quando facevo il gestore fondi non avessi analizzato almeno 2000 aziende l’anno (non parlo di guardare i pitch deck in 6 minuti, cercando di capire che cosa fanno davvero... perché i soldini dei nostri sottoscrittori eravamo obbligati ad investirli, noi) credo che il mio capo mi avrebbe dato del lazzarone.  A quel regime ti puoi permettere, da solo, di vedere cosa fanno tutte le start-up di questo paese in soli tre anni. 

A me invece non è mai capitato di esser cercato da investitori, se non in incontri da me procurati con fatica e dispendio di energie considerevole, e per un totale di forse 90 minuti in tre anni. Trovo assai interessante il fatto che sia più facile parlare e far proposte ad azienda da oltre un miliardo di fatturato che con i VC Italiani, che sullo scacchiere internazionale non entrano neanche in classifica.

Fra l’altro nelle esperienze di quegli incontri da non dimenticare che ci è capitato di sentirci dire che il nostro strumento “non serve”, e che se credevamo di fare i numero del nostro business plan allora ci conveniva “fare la start-up con debito”. Una start-up con il debito... che a spanne equivarrebbe a scommettere sul cavallo “giusto” chiedendo i soldi a un usuraio.

Parliamo delle innumerevoli application a bandi, competizioni, e via discorrendo? Anche in questo caso: blasonatissima istituzione creditizia che dopo una settimana di lavoro per preparare la application e sei settimane di attesa, durante le quali naturalmente non si sogna di contattarti per chiedere lumi, dimostra di non aver nemmeno comprato MailChimp per rispondere ai cretini che hanno applicato, e inizia la sua mail di rifiuto con “Gentile Innovatore” (sic.)

Cara grazia che la mia diffidenza per questo circo, che a volte mi porta una tristezza da “Il Carrozzone” di Renato Zero, mi ha suggerito di mantenere il “burn rate” del progetto al minimo assoluto. Almeno dopo si e no 130K investiti da me e Family & Friends siamo stati in grado come accennavo sopra di fare la prima proposta ad una azienda da ~1mld di fatturato e che fa parte di un gruppo straniero da diverse decine di miliardi; di contattare una quotata Italiana da decine di miliardi di capitalizzazione che ci ha chiesto di mostrare le nostre soluzioni a tre loro divisioni interne; e grazie ad un match-making di Assolombarda, che non c’entra con le start-up ma è una delle pochissime istituzioni che sia stata davvero di aiuto per noi fino ad oggi, abbiamo probabilmente una ventina di istituzioni in pipeline.

La verità è che il nostro ecosistema delle startup sembra un aeroporto di cittadina Africana in via di sviluppo

Non è un caso che si usi la parola "hub" molto spesso in questo contesto: nel caso delle start-up l'ecosistema è, o dovrebbe essere, assai simile ad un hub aeroportuale. Da noi non decolla e non atterra quasi nessuno per mancanza di benzina, piste, servizi (parliamo degli incubatori che sono in realtà co-working, degli acceleratori che chiedono equity in cambio di due scrivanie, o di quelli che ti fanno pagare un affitto degno di Via Montenapoleone a Milano?), collegamenti (per la prima volta ho partecipato ad un match-making con investitori in Italia da quando sono in questo ambito, venerdì scorso, e ci è voluta Assintel!), e potrei andare avanti a lungo.

Non è nemmeno una cattedrale nel deserto, sia chiaro: ci sono alcune capanne con praticello annesso, ecco.

Finché non arriva denaro vero destinato a start-up --e parlo di Venture Capital, capitale di rischio, non Private Equity applicato alle start-up come si vede qui da noi-- non possiamo sperare gran che.

Ma d'altronde, se in Italia non ci sono tante grandi aziende perché:

  1. mancano banche che facciano davvero il loro mestiere, non quelle buone a prestare dietro garanzie a meno che non siano amici, che peraltro avremmo visto come vanno a finire;
  2. manca una Borsa con tutti gli attori intorno che la facciano funzionare; e
  3. c’è un fisco un tantino aggressivo, se non bastassero le timidezze dei primi due...

...speriamo che ci siano tante grandi start-up che scalano come razzi quando hanno ancora meno risorse cui attingere delle aziende normali?

E si che basterebbe relativamente poco: in 50 anni il Venture Capital degli Usa ha investito solo 600 miliardi, 12 all’anno, eppure oltre il 40% delle aziende Usa fondate dopo il 1979 e quotate ne ha beneficiato. L’indice S&P capitalizza oltre 20,000 miliardi di dollari, e quelle stesse aziende oggi rappresentano il 57% della capitalizzazione totale Usa, impiegano il 38% di tutti i dipendenti Usa e sono quelli che investono l’82% del totale nelle spese di Ricerca e Sviluppo.

Si può immaginare quanti profitti potrebbero aver generato, o quanto gettito fiscale? Forse sarebbe il caso di cominciare a far sul serio, come sta facendo la Francia di Macron.


15 luglio 2017 ©