Scienza

Ricerca, servono le quote rosa. Ve lo dice un uomo

Finora si vedono solo maschi bianchi, come sotto Reagan. Negli USA di Trump la presenza delle donne ai vertici della amministrazione è praticamente azzerata. Trent’anni di battaglie per la parità di genere sembrano evaporati. E, finora, sono solo giudici donna ad opporsi, con il coraggio di pagare di persona.

L'Italia ha perso nove posizioni nella classifica sulla parità di genere

Ma se gli USA piangono, l’Italia di oggi non ride. Il World Economic Forum ha degradato l’Italia dal 41° al 50° posto nella classifica mondiale sulla parità di genere (ma siamo meglio dello Yemen, consoliamoci). E stiamo peggio là dove l’uguaglianza di genere sembrerebbe più facile: parlo delle Università e degli Enti pubblici di ricerca, e della presenza (anzi della assenza quasi totale) di donne ai loro vertici.

Le cifre sono chiare: nei dati CRUI si legge che ci sono 6 donne su 82 posti di rettore. E se prendiamo i cinque principali Enti pubblici di ricerca italiani, oggi troviamo 0 (zero) presidenti donna e su 26 membri di Consiglio di Amministrazione le donne sono 2 (due). Questo non è colpa di Trump e neanche di marziani maschilisti. Ricordiamo che se nelle Università il rettore lo eleggono i professori (vergogna!), negli Enti di ricerca, invece, presidenti e consigli di amministrazione sono di nomina governativa. Le cifre vengono dalla tornata di nomine negli Enti fatte nel 2014-2016 dal governo precedente (non dall’attuale). Un disastro, nonostante parole e propositi, inutili, da anni.

Quote rosa anche nei Cda di enti di ricerca e Università

Su Trump non possiamo fare niente, ma qui da noi forse sì. Nel 2011 (governo Berlusconi!) è nata la legge 120 (Golfo-Mosca), che impone una quota di almeno 20% di donne nei CdA delle società quotate in Borsa. Se un governo “conservatore” è stato capace di creare le quote rosa per società anche private, forse oggi dovremmo pensare ad una legge simile, per esempio, negli Enti di ricerca, che sono sotto il diretto controllo MIUR. Nominare cioè una quota di donne nei Consigli di amministrazione, e vigilare sulla presenza femminile nelle nomine (ministeriali) dei Presidenti. E anche per le Università, nel pieno rispetto della loro autonomia elettorale, si possono immaginare soluzioni, sia dirette sia indirette, per esempio attraverso (dis)incentivazioni sui fondi ministeriali, che sono la maggioranza per quasi tutte le Università. 


16 febbraio 2017 ©