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Mentana e le fake news: perché è importante difendere l'anonimato

Condirettore Agi

Le fake news non sono notizie imperfette, sbagliate o nate male. Sono piuttosto un inganno: notizie false prodotte consapevolmente, a volte per screditare qualcuno, quasi sempre per garantirsi un profitto. Alcuni studiosi dei media ritengono che il proliferare del fenomeno abbia avuto un qualche impatto nella formazione dell’opinione pubblica chiamata a decidere in due eventi decisivi del 2016: la Brexit e l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti.

Per combattere l’impatto tossico e inquinante delle bufale sul web, Facebook ha annunciato alcune prime contromosse. Lo stesso hanno fatto alcuni giornali, come Slate, Washington Post e, in Italia, la nostra agenzia, introducendo il fact-checking.

Il tema è caldo, serio, e le idee per affrontarlo si susseguono. Dopo la proposta di istituire un network europeo di agenzie pubbliche contro le fake news, avanzata dal presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, sul tema è intervenuto  Enrico Mentana, direttore del tg di La7, che in un’intervista al Fatto Quotidiano propone di vietare l’anonimato per risolvere la questione delle bufale sul web.

Contro le bufale, spiega Mentana, “l'unica arma davvero efficace è l'identificazione diretta. Dovrebbe esserci l'obbligo di certificare la propria identità e quindi di essere riconoscibile. Capita che si esprima il proprio pensiero e ci siano commenti del tipo ‘stai zitto bastardo di merda’, firmato da XYZ. Indenunciabile. L'identità non può essere nascosta: puoi essere libero di dire ciò che vuoi, ma devi metterci nome e cognome. Il vero nemico, in una società libera, È l'anonimato”. 

Nell’intervista, Mentana precisa i contorni della sua proposta che si declina come un albo del social network nazionale. “Se si costringesse chi è sul Web a essere raggiungibile e identificabile, non ci sarebbe bisogno di alcun ente censore ... Se qualcuno volesse avvelenare i pozzi, dovrebbe metterci la firma. Dovrebbe esserci un social network nazionale, a cui ci si registra con nome e cognome e dove puoi anche scrivere "sei un coglione" o che Berlusconi è incensurato, ma firmato”.

Anche in questo caso il rimedio sembra peggiore del male. Le fake news sono notizie false, create e messe in circolazione con scopi precisi che possono andare dalla propaganda politica a ragioni di puro sfruttamento economico. Per chiunque abbia a cuore il giornalismo, la passione etica, la democrazia, non può esserci altra scelta che denunciare le menzogne ovunque esse si trovino, in rete come sui media mainstream. Ma l’anonimato di per sé non è né buono né cattivo. Non è portatore di menzogna a prescindere. Anzi. Tutte le più importanti inchieste giornalistiche degli ultimi anni sono nate proprio grazie al fenomeno dei whistleblower, molti dei quali hanno potuto svelare importanti segreti proprio grazie all’anonimato garantito da piattaforme come WikiLeaks. Dallo scandalo della sorveglianza di massa della Nsa americana, denunciato da Edward Snowden, ai Panama Papers, l’anonimato è stato, almeno all’inizio, la scintilla per la ricerca della verità.

L’anonimato in rete, inoltre, rappresenta una garanzia di espressione democratica in tutti quegli Stati dove i diritti civili e politici non sono garantiti. Non è un caso che la presidente della Camera,  Laura Boldrini, e il giurista Stefano Rodotà abbiano voluto inserire un articolo specifico nella Dichiarazione dei diritti di Internet, una sorta di Carta costituzionale della rete che all’articolo 10 stabilisce diritti e limiti relativi alla Protezione dell’anonimato:

Ogni persona può accedere alla rete e comunicare elettronicamente usando strumenti anche di natura tecnica che proteggano l’anonimato ed evitino la raccolta di dati personali, in particolare per esercitare le libertà civili e politiche senza subire discriminazioni o censure.

2.     Limitazioni possono essere previste solo quando siano giustificate dall’esigenza di tutelare rilevanti interessi pubblici e risultino necessarie, proporzionate, fondate sulla legge e nel rispetto dei caratteri propri di una società democratica.

Nei casi previsti di violazione della dignità e dei diritti fondamentali, nonché negli altri casi previsti dalla legge, l’autorità giudiziaria, con provvedimento motivato, può disporre l’identificazione dell’autore di una.
 

Ecco, tutto molto chiaro, tutto molto semplice, tutto già scritto. Non servono leggi o elenchi speciali. Serve che i giornalisti facciano il proprio lavoro investendo tempo e competenze per denunciare le menzogne, come l’ingiustizia, la corruzione, gli abusi di potere. Il fact-checking, o se preferiamo la vecchia verifica dei fatti incrociando più  fonti, è sempre stato al centro del giornalismo, fin dagli anni d’oro della carta stampata. La rete, è vero, ha portato nuove e più complesse difficoltà. Ma non è un buon motivo per alzare le spalle e sottrarci a quello che è, oggi più che mai, il compito del giornalismo.


03 gennaio 2017 ©