Foto: Lindsey Parnaby / Anadolu Agency  
Idee

La lezione universale di Roger Federer

La lezione di Roger Federer non c’entra solo col tennis ma ci racconta una storia universale, sull’amore per se stessi e per  il proprio lavoro. Vincendo il suo ottavo Wimbledon, 19° Slam, lo svizzero ha chiuso i conti con la statistica di questo sport. È lui, senza ombra di dubbio, il più grande giocatore di tutti i tempi. Per numero di tornei importanti vinti, per longevità, classe, completezza, correttezza. Fine del discorso, si arrenda chi ancora sostiene che ogni epoca ha il suo numero uno (vero, ma se li metti tutti vicini, lui è stato, nel suo tempo, il più bravo di tutti).
No, la storia di questo Wimbledon racconta di un ragazzo trentaseienne che a un certo punto della carriera (un anno fa) ha capito di essere a un bivio. Gli scricchiolii dell’età cominciavano a farsi sentire tutti i giorni (ginocchia e, di conseguenza, schiena), la sua immensa classe lo sorreggeva ma nei match decisivi dei grandi tornei - Wimbledon New York, Parigi, Melbourne - il gap con gli altri big sembrava incolmabile. Al quinto set, vincevano sempre loro. Roger ha quattro figli, una moglie ex tennista che gli fa da manager, uno staff di dieci persone che lo segue ovunque nel mondo. Un’organizzazione perfetta per un giocatore perfetto. Ma al quinto set vincevano sempre gli altri.
 
 
Roger Federer a 35 anni ha dovuto decidere. Finirla lì e passare comunque alla storia come una leggenda oppure provare ad andare avanti, col rischio di infortuni e delusioni sempre più cocenti. Si è guardato dentro e ha capito che giocare a tennis restava la cosa che gli dava più gioia nella vita. Il suo cuore gli ha detto di non fermarsi perché stare su un campo era ancora la sua vita. La scelta è stata la più ambiziosa. Roger si è fermato, si è operato al ginocchio, ha deciso di chiudere la stagione con 4 mesi di anticipo per tornare a gennaio 2017. Ha ridotto gli impegni e ha cominciato ad allenarsi in maniera diversa, meno intensiva ma non meno intensa. Poi un programma di tornei mirato, senza terra rossa, troppo logorante per un veterano da 16 anni nel circuito. La storia è nota. Vittoria a Melbourne, Miami, Halle, Wimbledon. Federer ha saputo fare bene i conti con l’età e con la sua grande passione, sfidando ogni pronostico. L’immenso talento ha fatto il resto.
 
 
Cosa insegna questa storia a chi non sa di tennis? Che l’amore per quello che fai può farti superare barriere che sembravano insormontabili. Vale per tutti, anche se non ti chiami Roger Federer. L’età diventa una categoria fisica relativa e nel match con la passione, se non fai finta che il problema non esista, vince quasi sempre la seconda, fino a un certo punto, ovviamente. Vale anche nella sconfitta, sia chiaro. Riuscire a fare bene quello che ami è sempre una vittoria, anche se alle fine della giornata non alzi la coppa sul centrale di Wimbledon. Sono sicuro che la grande gioia per il tennista svizzero sia stata quella di essere ancora qui, forte e competitivo, sul suo campo, nel suo gioco. Sia stata quella di aver trovato il modo e la strada per continuare a fare bene la cosa che amava. “Se veramente vuoi raggiungere qualcosa di grande nella vita, fallo”, ha detto alla fine. Per questo Roger Federer è un campione universale. A modo suo e nel suo tempo un maestro di vita.

16 luglio 2017 ©