Digitale

Perché abbiamo scritto con 100 influencer un manifesto per la comunicazione online 

«Non mi parlate della Rete, perché sono assolutamente contrario a tutte queste forme di comunicazione. Vedo una gioventù malsana che non parla più e si affida a questi commenti spregiudicati. Sono forme di violenze anche quelle. Sono veramente stufo di queste comunicazioni in Rete dove cova l’odio»: queste le parole del procuratore capo della Repubblica Giampiero Di Florio, quando all’indomani del delitto di Vasto gli è stato chiesto cosa ne pensava di quanto apparso sui social, dove da mesi si era innescato un clima di feroce ostilità nei confronti di Italo D’Elisa, 22 anni, che in luglio aveva investito e ucciso la trentaquattrenne Roberta Smargiassi e il 1° febbraio è stato freddato con tre colpi di pistola dal marito di lei, Fabio Di Lello, che poi si è costituito.

Le vite dietro le tastiere

Sono parole durissime quelle del procuratore, categoriche, senza appello. Ma è proprio vero che è tutta colpa della Rete, che su internet e sui social l’odio e il processo all’avversario trovano un terreno particolarmente favorevole per crescere e che l’ostilità sviluppata si propaga ben oltre i confini, ammesso che ce ne siano, del mondo digitale? Non dovremmo forse interrogarci sulle vite che stanno dietro quelle tastiere, sui pensieri a cui quelle parole danno forma?

Una cosa però è certa: l’hate speech in Rete è notevolmente aumentato, e non solo nei confronti degli stranieri, che comunque rimangono il bersaglio principale, come dimostra una ricerca condotta dall’Osservatorio dell’Istituto Toniolo su 2182 giovani tra i 20 e i 34 anni. Anche nei confronti delle donne, dei politici, di chiunque la pensi diversamente. Il titolo di Libero sulla sindaca Raggi e l’invito a morire rivolto a Giorgia Galassi, una dei sopravvissuti di Rigopiano, colpevole di continuare a vivere, sono solo gli ultimi esempi eclatanti che dimostrano — come ha scritto sabato sul Corriere Marco Imarisio — che «non c’è più alcuna intermediazione tra stomaco e polpastrelli».

Tuttavia, accanto all’ostilità è cresciuto anche il livello di attenzione e di allarme sia degli stessi cittadini che dei professionisti della comunicazione: alcuni di questi, molto attivi e con grande seguito sui social, la scorsa estate hanno iniziato a interrogarsi su come provare a porre un argine a questa deriva, una deriva che, senza arrivare ai casi limite come quello di Vasto, non si limita al web ma finisce coll’inquinare anche il clima sociale e i rapporti interpersonali. Ne è nato spontaneamente un progetto che si chiama Parole O_Stili (www.paroleostili.it) e che ha già raccolto l’interesse e la partecipazione di oltre 300 tra giornalisti, politici, docenti (una community capace di raggiungere 4 milioni di persone): si tratta di un progetto che si prefigge innanzitutto di sensibilizzare il popolo della Rete sulla qualità delle parole che usiamo e che sono sempre più spesso offensive, imprecise, eccessive, soprattutto inconsapevoli del male e delle conseguenze che possono generare.

L’importanza delle parole, dicono chi siamo

Le parole sono importanti, non sono mai neutre, dicono chi siamo e chi vogliamo o non vogliamo essere: per questo vanno maneggiate con cura. Come le bombe. Quello che ci manca è un libretto d’istruzioni, un’educazione digitale che certo non si può pensare di esaurire nel Safer Internet Day o di delegare a formatori che, quand’anche hanno la sensibilità e la buona volontà, il più delle volte non hanno le competenze necessarie.

 

Il Manifesto della Comunicazione non ostile

In questo senso vanno inquadrati il Manifesto della Comunicazione non ostile e l’Acchiappatroll: due strumenti lanciati da Parole O_Stili per arginare e combattere i linguaggi negativi che imperversano su Twitter e Facebook, e non solo. Il Manifesto è stato scritto a più mani dai primi 100 influencer che hanno aderito al progetto ed è stato quindi sottoposto al giudizio della Rete (era possibile votarlo fino alla mezzanotte di ieri): siete d’accordo che virtuale è reale, che le parole hanno conseguenze, che dissentire non significa offendere, che prima di parlare bisogna ascoltare?

Queste le domande su cui ciascuno ha avuto l’opportunità di dire la sua (17 mila in totale i voti espressi), facendo attenzione a non incorrere nell’Acchiappatroll, un supereroe virtuale che interviene nelle conversazioni ostili per incentivare ad adottare comportamenti antidiffamatori, ma anche un segno della grande attenzione che questo progetto e i suoi sostenitori hanno dedicato ai più giovani, che nella due giorni in programma a Trieste venerdì 17 e sabato 18 febbraio saranno protagonisti di 2 dei 9 panel, nei quali i 1000 partecipanti attesi si confronteranno durante questo primo momento d’incontro organizzato assieme alla Regione Friuli Venezia Giulia, sensibile a questi temi da tempi non sospetti: non è un caso, infatti, che il 5 maggio 2014 sia stata la prima Regione ad avviare il progetto Go On Italia.

La due giorni triestina prevede il venerdì una sessione plenaria aperta dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, cui seguiranno l’illustrazione delle ricerche condotte da SWG e Istituto Toniolo e la presentazione del “Manifesto della Comunicazione non ostile”, mentre il sabato sarà la volta dei panel (social media e scritture, giornalismo e mass media, viaggi, sport e divertimento, politica e legge, business e advertising, in nome di Dio, giovani e digitale, bufale e algoritmi, bambini e social media i temi trattati) tenuti da influenti esperti dei diversi settori presi in esame.

Non resta che iscriversi e partecipare: Trieste vi aspetta! E potete essere certi che merita. Ma se proprio non doveste farcela, potrete seguire sia la plenaria del venerdì che i tavoli del sabato via streaming. Perché la Rete non ha limiti, se non quelli che insieme decideremo di darle.


16 febbraio 2017 ©