Diario dell'Innovazione

Perché creare oggetti belli non basta a salvare l'industria italiana

Laureato in ingegneria aeronautica a Roma

Il 2 marzo il Ministro degli esteri Angelino Alfano presenta alla stampa e al corpo diplomatico accreditato in Italia la prima Giornata del Design Italiano. 100 appuntamenti in 100 diverse città del mondo per promuovere il nostro Paese e le nostre eccellenze industriali, produttive, culturali.

Una realtà difficile da definire in numeri

La parola design sfugge a una classificazione semplice e anche per questo non è facile stimare quale sia il suo contributo alla nostra economia in termini di addetti, di prodotto interno lordo, di valore aggiunto. Se si guarda ai vincitori delle ultime edizioni di uno dei premi di design più rilevanti a livello mondiale, il Compasso d’Oro della Associazione per il disegno industriale, si vede che per design s’intende un frammisto di capacità di miglioramento delle prestazioni di un prodotto, di soluzione a problemi quotidiani con nuove funzionalità, di attenzione alla sostenibilità ambientale o alla cura della persona, di mix di tradizione e modernità. In altre parole d’innovazione intelligente, creativa, funzionale.

Le aziende italiane investono sempre meno in innovazione

In cinque anni le imprese industriali con almeno dieci addetti che hanno introdotto nel triennio precedente innovazioni di prodotto o di processo passano dal 45,4% del 2010 al 40,4% del totale nel 2014. La spesa per innovazione si riduce del 9,7% passando da 17,2 miliardi di euro a 15,5 miliardi di euro. Si riduce anche l’incidenza dell’innovazione sul fatturato dell’industria italiana dal 2,6% al 2%. La quota di fatturato destinata all’innovazione industriale è fra le più basse in Europa, mentre è il 5% in Germania, il 3,7% in Francia, il 2,7% nel Regno Unito.


Quanto si investe in innovazione in Europa

  • Gemania: 5% del fatturato
  • Francia: 3,7%
  • Regno Unito: 2,7%
  • Italia 2%

Un quadro noto che descrive in sintesi il sottodimensionamento, almeno all’apparenza, della capacità innovativa del nostro Paese. Le piccolissime imprese sfuggono alle statistiche nazionali e internazionali. Le innovazioni non sempre sono dichiarate come tali. La fragilità degli enti pubblici di ricerca e la frammentazione del loro intervento a sostegno dell’innovazione industriale rallenta il trasferimento tecnologico e ostacola il consolidamento dell’innovazione.

Si continua a crescere, nonostante tutto

Le imprese innovatrici italiane pur diminuendo di numero e negli investimenti in innovazione hanno visto crescere la loro quota sul fatturato complessivo dell’industria italiana passando dal 66,5% al 71,6%. E cresce l’export manifatturiero italiano, del 4,2% nel 2016 rispetto al 2014.

Il design italiano continua a affermarsi su scala globale. L’Italia è al 10mo posto nella graduatoria mondiale di export con una quota del 2,8%. In alcuni settori (le cosiddette 3A e cioè arredo e casa, abbigliamento e moda, alimentari e bevande) il paradigma bello e ben fatto premia le nostre imprese con quote superiori al 5% dell’export globale, ma anche il settore dell’automazione (la quarta A) e della meccanica di precisione cresce e si impone sui mercati mondiali (abbiamo il 9% delle esportazioni mondiali di macchine per la formatura dei metalli e altre macchine utensili).

E l’innovazione continua a essere percepita come uno dei motori del nostro sviluppo. In base al Rapporto 2016 su gli italiani e l’innovazione, curato dal Censis per il Cotec, più della metà degli italiani pensa che l’Italia si collochi tra i primi venti Paesi al mondo per capacità di innovare prodotti e processi (il 31% pensa che siamo tra i primi dieci). Mentre i principali indicatori reputazionali redatti dagli istituti internazionali collocano il nostro Paese in posizioni di rincalzo (tra il quarantesimo e il cinquantesimo posto) nella competizione mondiale. Segno di vitalità delle imprese e di parallele difficoltà strutturali del contesto (trasporti, servizi amministrativi, infrastrutture logistiche, ecosistema digitale). Bello e ben fatto da solo non basta più.

Come il design può diventare un'opportunità di crescita

Per sette italiani su dieci l’innovazione ha molto migliorato, negli anni recenti, la vita quotidiana pur avendo creato alcuni minimi problemi (per il 14% degli italiani non ha creato alcun problema ma solo portato benefici). L’equazione sviluppo tecnologico = perdita di lavoro e di benessere sembra cioè almeno in parte errata. L’innovazione tecnologica frantuma lavoro ma crea le condizioni perché altro lavoro possa essere creato. Gli italiani sembrano saperlo. Sta alla nostra economia, alle istituzioni, alle imprese trasformare l’opportunità in crescita reale. E il design è un’opportunità vera.

Tra i vincitori dell’ultima edizione del Compasso d’Oro aziende del calibro di Alessi, Technogym, Ferrari, Baglietto, Rubinetterie 3M ma anche realtà industriali meno note al grande pubblico come Grivel. Con l’amicizia come unico merito partecipo al 1818 Grivel Advisory Board  per i 200 anni di attività industriale dell’azienda valdostana, premiata per la progettazione e la realizzazione di Twice Gate, un moschettone innovativo per arrampicata in montagna. Bello, ben fatto, attento alla persona e all’ambiente.

Essere 'belli' non basta a vincere la sfida mondiale

Il design è di prodotto e di processo, è poesia e innovazione tecnologica, è artigianato proiettato nel futuro industriale. È l’idea che diventa progetto. E qui sta la vera fragilità di sistema del nostro Paese. Una buona idea di per sé non basta, serve un progetto (migliorare le prestazioni di un motore come proteggere la vita di un alpinista). Un oggetto bello da vedere, ma del quale si è poco pensato all’uso o alla possibilità di produrlo resta un oggetto. L’idea deve sapersi misurare con il progetto. Con la sua traduzione in prodotto industriale, con la distribuzione su scala globale, con la competizione di tanti altri eccellenti produttori. Al design serve la dimensione sistemica.

È questo, forse, uno dei messaggi che la Giornata del Design porta in giro per il mondo. Lo sviluppo italiano sarà tanto più solido e tanto più efficace quanto più si riuscirà a  pensare il futuro come progetto, anche del Paese. E anche il monito a quanti pensano che una buona idea si possa tradurre in realtà senza confrontarsi con le regole feroci del mercato. 


01 marzo 2017 ©